
Esiste un museo in cui le collezioni crescono, si ammalano e muoiono, e dove l’allestimento non si progetta con un architetto ma insieme alla natura. È l’Orto Botanico di Brera, nato nel secondo Settecento per volere di Maria Teresa d’Austria e diretto oggi da Antonella Testa, fisica di formazione e storica della scienza. Stefano Mancuso la intervista partendo da un’analogia: se per una pinacoteca il nucleo delle collezioni sono i dipinti, qui sono le piante, e le sale sono settori all’aria aperta con i loro microclimi, che non si possono condizionare. Ne esce un racconto botanico che inizia dai due ginkgo biloba già presenti al momento della fondazione, tra i primi esemplari arrivati in Europa dall’Oriente, passa dal noce del Caucaso, dal tronco imponente e dall’età sorprendentemente giovane, e arriva fino agli erbari storici: archivi che oggi permettono di leggere l'ambiente e il clima del passato, aprendo filoni di ricerca che chi li ha costituiti non avrebbe potuto immaginare. E poi la sfida più difficile, quella che “in parte ci coglie impreparati”: conservare alberi monumentali e progettare le alberature del futuro in un clima che cambia più rapidamente del previsto, tra felci e ortensie che soffrono e piante mediterranee che nel cuore di Milano non sono mai state così bene.
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